Il contributo analizza la natura performativa della lauda medievale duecentesca, concentrandosi sulle laude tramandate dal Laudario di Cortona (ms. 91), il più antico laudario con notazione musicale pervenuto. Pur essendo un repertorio destinato principalmente alla trasmissione orale, il laudario fungeva da supporto mnemonico per il solista che guidava l’esecuzione nelle riunioni paraliturgiche della confraternita cortonese dei Laudesi, attiva presso la chiesa di San Francesco a Cortona. L’autore evidenzia come il manoscritto, strutturalmente affine ai libri liturgici coevi, non fornisca indicazioni sufficienti per ricostruire con precisione la performance medievale. Molti aspetti essenziali — organico, vocalità, pronuncia, altezza d’intonazione, uso degli strumenti, modalità esecutive — non sono esplicitati dal segno scritto e richiedono un’interpretazione critica. Il saggio discute: • l’organico esecutivo, generalmente basato sull’alternanza tra solista e confratelli, con varianti per laude processionali o solistiche; • la vocalità, da ricondurre a cantori non professionisti, lontana tanto dalla vocalità lirica quanto da artificiose imitazioni “popolari”; • la pronuncia del volgare, con oscillazioni grafiche significative (es. dolce/dolçe) che implicano scelte consapevoli da parte dell’esecutore moderno; • l’ambitus e il pitch, non standardizzabili secondo parametri moderni e spesso trasposti per adattarsi alle tessiture dei laudesi; • le scale e i temperamenti medievali, diversi dal sistema temperato moderno; • l’eventuale uso di strumenti, ipotizzato soprattutto per sostegno, preludi o interludi, secondo prassi di polifonia semplice (secundatio). Il contributo mostra come la distanza tra notazione e performance renda necessaria una ricostruzione filologica attenta, consapevole dei limiti delle fonti e delle trasformazioni percettive moderne. Il Laudario di Cortona emerge così come testimonianza preziosa ma parziale di una pratica musicale viva, comunitaria e profondamente radicata nel contesto confraternale due-trecentesco.
Le laude si cantano, perché scriverle? Dal testo al contesto del Laudario di Cortona: quello che il segno non dice del canto / Gozzi, Marco. - STAMPA. - 34:(2025), pp. 3-29. [10.15168/11572_469220]
Le laude si cantano, perché scriverle? Dal testo al contesto del Laudario di Cortona: quello che il segno non dice del canto
Gozzi, Marco
2025-01-01
Abstract
Il contributo analizza la natura performativa della lauda medievale duecentesca, concentrandosi sulle laude tramandate dal Laudario di Cortona (ms. 91), il più antico laudario con notazione musicale pervenuto. Pur essendo un repertorio destinato principalmente alla trasmissione orale, il laudario fungeva da supporto mnemonico per il solista che guidava l’esecuzione nelle riunioni paraliturgiche della confraternita cortonese dei Laudesi, attiva presso la chiesa di San Francesco a Cortona. L’autore evidenzia come il manoscritto, strutturalmente affine ai libri liturgici coevi, non fornisca indicazioni sufficienti per ricostruire con precisione la performance medievale. Molti aspetti essenziali — organico, vocalità, pronuncia, altezza d’intonazione, uso degli strumenti, modalità esecutive — non sono esplicitati dal segno scritto e richiedono un’interpretazione critica. Il saggio discute: • l’organico esecutivo, generalmente basato sull’alternanza tra solista e confratelli, con varianti per laude processionali o solistiche; • la vocalità, da ricondurre a cantori non professionisti, lontana tanto dalla vocalità lirica quanto da artificiose imitazioni “popolari”; • la pronuncia del volgare, con oscillazioni grafiche significative (es. dolce/dolçe) che implicano scelte consapevoli da parte dell’esecutore moderno; • l’ambitus e il pitch, non standardizzabili secondo parametri moderni e spesso trasposti per adattarsi alle tessiture dei laudesi; • le scale e i temperamenti medievali, diversi dal sistema temperato moderno; • l’eventuale uso di strumenti, ipotizzato soprattutto per sostegno, preludi o interludi, secondo prassi di polifonia semplice (secundatio). Il contributo mostra come la distanza tra notazione e performance renda necessaria una ricostruzione filologica attenta, consapevole dei limiti delle fonti e delle trasformazioni percettive moderne. Il Laudario di Cortona emerge così come testimonianza preziosa ma parziale di una pratica musicale viva, comunitaria e profondamente radicata nel contesto confraternale due-trecentesco.| File | Dimensione | Formato | |
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